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È giusto ingannare per raggiungere i propri obiettivi?

Ovvero conta più raggiungere gli obiettivi o il modo in cui si raggiunge? Virtù o utilitarismo?

“Una volta giunti a Roma, Marcio e Atilio fecero rapporto in Campidoglio sulla loro missione: la cosa di cui si vantarono di più fu di avere ingannato il re (ndr Perseo, Re di Macedonia) accordandogli una tregua e dandogli speranze di pace. Mentre i Romani non avevano fatto alcun preparativo, l’apparato bellico del sovrano era infatti tale che avrebbe potuto occupare tutte le posizioni strategiche prima che l’esercito romano riuscisse a passare in Grecia.

Invece, grazie alla dilazione ottenuta con la tregua, la guerra sarebbe iniziata in condizioni di parità: il re l’avrebbe cominciata senza fare ulteriori preparativi, i Romani sarebbero stati meglio equipaggiati sotto tutti i punti di vista.
[…]

Gran parte del senato approvava queste azioni perché condotte con lucidità e abilità consumata, ma i vecchi senatori e quelli che conservavano memoria del modo di fare dei tempi passati dicevano di non riconoscere nell’operato di quella missione modi di agire degni dei Romani.
I loro avi non avevano fatto guerre ricorrendo a imboscate e a combattimenti notturni, a finte fughe e a ritorni improvvisi addosso a un nemico che non se lo aspettava, né in maniera da doversi gloriare della propria astuzia invece che del proprio autentico valore; avevano l’abitudine di dichiarare guerra prima di farla, talvolta persino di annunciare la battaglia e di indicare il luogo in cui avrebbero combattuto.
[…]

Questo era il modo di fare romano, ben diverso dalla doppiezza dei Cartaginesi e dalla furbizia dei Greci, agli occhi dei quali c’è più gloria nell’ingannare il nemico che nel vincerlo con la forza delle armi .

Livio, Storia di Roma dalla sua fondazione, XLII, 47, 1-9