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Telemaco e la chiamata all’azione

Nelle prime pagine Atena va a Itaca per spingere Telemaco a cercare il padre Odisseo. La dea lo fa assumendo le sembianze di un forestiero che si dichiara un vecchio amico di famiglia.
Dice a Telemaco quello che ha bisogno di sentire: non è più un bambino ormai ed è tempo che affronti il problema da uomo: deve sconfiggere il dubbio sulla sorte del padre e partire.
È come una luce che si accende nella mente del ragazzo e, quando il forestiero se ne va, Telemaco sente dentro di sé che si trattava di una divinità sotto mentite spoglie.

Oggi noi non crediamo più a queste cose. Tutto questo non è scienza. E la scienza è troppo preziosa, ci ha sollevato dall’oscurità delle superstizioni, donandoci la certezza della ragione.

Ed è vero, come scrive Nietzsche, che Dio è morto. Ma non solo nella decadenza cristiana che lo scaraventa in un paradiso “esterno” (che da salvifico che vorrebbe essere, alla fine diventa una condanna dell’esistenza terrena peccatrice), Dio è morto perché gli abbiamo tolto l’appartenenza a questo mondo, a questa vita. La felici eterna per la tradizione cristiana è altrove.
In Omero, invece, l’Ade è ombra e smarrimento, la vita è una ed è su questa terra.

Ed ecco che per i Greci è qui che si manifesta il divino: NELLA realtà e PER la realtà. Magari nei consigli di un amico, o nello sguardo di uno sconosciuto, nel pianto di un bambino, oppure nel semplice volo di un uccello, persino nella malattia e in tutte le prove che abbiamo davanti.
Sta a noi capire, come fa Telemaco, la chiamata all’azione: quella che Dio, o il destino, o il Logos ci indica.
#siamotuttiodisseo

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